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Il confine sottile tra verità e calunnia: la doppia “denuncia” allo Spazio Diamante

Un’accusa formale non coincide necessariamente con la verità fattuale. È questo l’assunto di base attorno a cui ruota La denuncia, atto unico prodotto da Diana Or.I.S., scritto e diretto da Ivan Cotroneo, in scena al Teatro Spazio Diamante di Roma . In un’epoca in cui l’esposizione di una colpa tende ad anticipare l’accertamento oggettivo dei fatti, l’opera decostruisce l’automatismo che vede in chi denuncia il depositario assoluto della ragione, esplorando le complesse dinamiche del pregiudizio.

Al centro dell’indagine c’è il microcosmo scolastico. Alice (una studentessa di diciassette anni) e Clelia (la sua professoressa di italiano) si scontrano in un conflitto che rischia di distruggere le rispettive esistenze. Nel corso degli esami di maturità, la ragazza denuncia la docente per molestie.

La reazione dell’insegnante, tuttavia, non si limita a respingere la calunnia: Clelia rivendica con fermezza la propria integrità e di non essere mai venuta meno ai propri compiti formativi. Più che contrattaccare l’allieva, la donna si scaglia contro i vertici dell’istituto. A ben guardare, il titolo dell’opera assume qui una duplice valenza: quella di Clelia è a tutti gli effetti una seconda “denuncia”, un lucido atto d’accusa verso un sistema scolastico che si rivela incapace di tutelare i propri docenti e che cede facilmente il passo a discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.

La struttura drammaturgica in tre quadri asseconda perfettamente questa disamina sulla parzialità del vero, guidando il pubblico in un percorso di progressiva consapevolezza. Nel primo quadro, costruito come un duplice interrogatorio separato, lo spettatore si trova davanti a due versioni diametralmente opposte. Privato di prove concrete, è portato inevitabilmente a farsi una propria idea, tendendo istintivamente a dare ragione alla ragazza, suggestionato dal suo apparente candore giovanile.

A rompere le ambiguità interviene il secondo quadro: un flashback che trasporta la narrazione all’interno dell’aula chiusa, mostrando oggettivamente ciò che è accaduto per davvero tra le due protagoniste. Svelate le reali dinamiche della manipolazione e i ruoli effettivi, l’ago della bilancia si sposta nettamente, portando il pubblico a ribaltare il proprio giudizio iniziale e a dare piena ragione all’insegnante.

L’epilogo è affidato al terzo quadro, che sposta l’orologio in avanti di oltre un anno. La scena si apre su un incontro casuale: le vite sono andate avanti, Alice è ormai una studentessa universitaria maggiorenne e Clelia insegna in un altro istituto. Su ciò che scaturirà da questo inaspettato faccia a faccia è doveroso mantenere il riserbo. Tuttavia, non si tratta di un banale escamotage narrativo per stupire, ma dell’aggiunta di un nuovo, fondamentale punto di vista: è in questo frangente, infatti, che si comprende fino in fondo la profonda natura del comportamento di Clelia e la reale motivazione dietro la sua scelta di non sferrare un contrattacco distruttivo contro la giovane allieva.

Ivan Cotroneo, autore e regista dalla solida esperienza trasversale tra cinema, tv e teatro, costruisce un testo asciutto che guarda a illustri precedenti. Il rimando dichiarato a La calunnia (The Children’s Hour, 1934) di Lillian Hellman risulta qui particolarmente centrato nell’analisi di come il pregiudizio omofobo possa trasformare un’insinuazione in una condanna sociale e professionale senza appello.

Sulla scena, Marta Pizzigallo ed Elisabetta Mirra restituiscono con precisione e grandi interpretazioni attoriali l’ambiguità dei rispettivi ruoli. Mirra utilizza in modo strategico i tratti della purezza giovanile, dipingendo Alice come una vittima reticente il cui candore maschera intenti ben più calcolati. Di contro, Pizzigallo consegna una Clelia attraversata dallo stupore e dalla rabbia, che ricorre al sarcasmo per fronteggiare un’istituzione da cui si sente già pregiudizialmente condannata. L’alternanza ritmica è rigorosa: alla frontalità serrata dei monologhi difensivi iniziali si sostituisce la complessa interazione fisica e verbale, fatta di avvicinamenti e allontanamenti, nei dialoghi del flashback.

L’apparato tecnico supporta la tensione del testo senza sovrastarlo. Le scene di Monica Sironi, i costumi di Alberto Moretti, il disegno luci di Gianfilippo Corticelli e le musiche originali di Gabriele Roberto circoscrivono uno spazio claustrofobico e mentale, funzionale allo svelamento della narrazione. Al debutto, l’opera ha registrato un’accoglienza decisamente positiva da parte della platea.

Bruna Brieme